Schermo nero.
Cominciamo a sentire spari, colpi di mitragliatrice, esplosioni…
Dissolvenza incrociata
Compaiono le immagini e la MdP ci mostra un’ampia vallata con due schieramenti militari che si fronteggiano. I soldati sono riparati nelle trincee, ma notiamo sporadiche sortite, lanci di granate, colpi di cannone, sventagliate di mitragliatrice…
Stacco.
SCENA 1 (Interno, giorno)
Primo piano di un uomo, sulla quarantina (Stefano Accorsi). E’ steso supino su un letto e ha appena spalancato gli occhi. Nel momento in cui lo fa, il suono della guerra cessa all’istante.

L’uomo è sudato, come se si fosse appena svegliato da un incubo. Probabilmente è così.
Si asciuga in fatti il sudore della fronte e si rilassa cercando di regolarizzare il proprio respiro.
La visuale si allarga e vediamo una camera da letto arredata in modo spartano. Il mobilio è in vecchio stile, semplice ed essenziale.
La luce del mattino filtra dalle persiane e l’uomo, dopo qualche secondo ancora di attesa, decide di alzarsi, scalciando via le coperte.
Va ad aprire le finestre, rivelando una soleggiata giornata. Qualche nuvola bianca si rincorre nel cielo. Il paesaggio cittadino che intravediamo, tuttavia, è invernale, con gli alberi spogli e la gente ben coperta.
Dopo uno stacco troviamo l’uomo davanti a un catino, mentre si lava la faccia. Prende poi un asciugamano e si asciuga.
Un altro stacco seguiamo l’uomo, ora vestito con abiti semplici dalla foggia di inizio ‘900, che scende delle scale immerse nella penombra.
Entra in una cucina. Seduto al tavolo vediamo un ragazzino di circa dodici anni, chino su un quaderno. Sta scrivendo qualcosa con una matita.
L’uomo gli si avvicina.
UOMO
Ciao Filippo.
Il bambino alza lo sguardo verso di lui.
FILIPPO
Ciao Enrico.
ENRICO
Ma non sei in vacanza?
FILIPPO
Sì.
ENRICO
E allora goditela. Che ci fai a quest’ora sui libri?
FILIPPO
I compiti.
ENRICO
Alle sette di mattina?
Il bambino si stringe nelle spalle.
FILIPPO
Tanto i tuoni mi hanno svegliato, e non avevo più sonno.
Enrico guarda fuori.
ENRICO
I tuoni? Ma se c’è il sole.
FILIPPO
Due ore fa tuonava. Non hai sentito?
L’uomo scuote la testa.
ENRICO
Papà dov’è?
FILIPPO
E’ già andato ad aprire il negozio. Anche lui si è svegliato con i tuoni.
ENRICO
La mamma?
FILIPPO
E’ fuori a raccogliere le patate.
Enrico annuisce e prende un pezzo di pane dalla dispensa, iniziando a mangiarlo.
In quel momento entra una donna, di mezz’età (Elisabetta De Palo), con una sporta di patate in mano.

MAMMA
Ciao Enrico. Già alzato?
Lui annuisce.
ENRICO
Sì.
La donna posa la sporta delle patate sul ripiano e inizia a tirarle fuori, posandole nel lavello.
MAMMA
Fuori si sta bene. Non fa freddo. Sembra ottobre, o primavera. Dicono che sono stati i cannoni.
ENRICO
A fare cosa?
MAMMA
A cambiare così la stagione, a scombussolare il tempo. Tutti quei colpi, e il calore degli scoppi… Dicono che è per quello che l’inverno è così strano, così mite.
FILIPPO
Madonna, quei cannoni… Quel rumore… Faceva paura.
Enrico si gira a guardarlo, di scatto.
ENRICO
Ma che ne sai tu?
FILIPPO
Guarda che li abbiamo sentiti anche noi…
ENRICO
Da Ravenna, a duecento chilometri di distanza? Nella tua testa, li hai sentiti!
MAMMA
No, è vero.
La donna si lava le mani sporche di terra e se le asciuga sul grembiule.
MAMMA
Un paio di volte è successo. Forse per via del vento, non lo so… Ma arrivava quel tuono lontano, continuo… Lo sentivamo benissimo e faceva spavento davvero.
La donna si siede su una sedia.
MAMMA
Mi ricordo un pomeriggio dell’estate scorsa: uscimmo fuori in strada, tutta la gente uscì in strada, ferma, in silenzio ad ascoltare. Nessuno fiatava. Tutti guardavamo in una direzione, chissà se era quella giusta. Come se potessimo vedere qualcosa…
I due fratelli fissano la madre, in silenzio.
MAMMA
Ha continuato per ore. E io ferma, impalata con le mani sulla testa che pensavo: Dio mio, Dio mio, mio figlio è là, mio figlio è là sotto.
FILIPPO
Piangeva.
MAMMA
Piangevo sì. Avevo paura.
ENRICO
Figurati quanta ne avevo io.
FILIPPO
E poi hanno bombardato anche qui, gli aeroplani. Un mucchio di volte. Hanno colpito la stazione, la chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, il calzaturificio…
ENRICO
Lo so, lo so…
La donna si alza in piedi e fa un gesto con la mano.
MAMMA
Comunque è finita. Adesso è finita. Però io credo che sia proprio così. Tutte quelle cannonate hanno fatto l’aria più calda. Questo non è mica un inverno vero.
ENRICO
Noi c’eravamo sotto, a quelle cannonate, ma faceva un freddo cane lo stesso. C’è stato l’inverno scorso che il fango nelle trincee gelava così in fretta che rimanevamo con i piedi intrappolati nel ghiaccio, come le anatre in palude. Dovevamo fasciarceli con tutto quello che trovavamo, altrimenti si congelavano perché quegli scarponi facevano proprio schifo.
FILIPPO
C’era un disegno, sul giornale, di soldati coi piedi tutti fasciati. Diceva che quello era un modo per avanzare di notte più silenziosi.
ENRICO
Era sul giornale, questa stupidaggine?
FILIPPO
Sì, sul Corriere dei Piccoli. C’erano un mucchio di disegni belli, e le storie di Schizzo, un bambino che combatteva anche lui contro gli austriaci. E io, sotto le figure dei soldati che mi parevano più valorosi, ci scrivevo il tuo nome.
Il bambino sorride contento.
Enrico scuote la testa e gli scompiglia i capelli con una mano. Poi va verso l’uscita e si mette il cappotto.
MAMMA
Esci?
ENRICO
Faccio un giro.
MAMMA
Passa da tuo padre, in negozio. Lui è già là. Oggi finalmente deve arrivare un po’ di merce nuova.
ENRICO
Non ho voglia di lavorare in negozio, mamma. Sono tornato da appena dieci giorni, ne abbiamo già parlato…
MAMMA
Ma certo, ma certo. Volevo solo dire… Niente, credo che al babbo farebbe piacere. Magari anche i clienti vorrebbero vederti.
ENRICO
Mi vedranno un’altra volta.
MAMMA
A pranzo farò gli gnocchi di patate.
ENRICO
Non so se tornerò, per pranzo.
La donna assume un’espressione sorpresa, anche dispiaciuta.
MAMMA
Come non torni? E dove vai?
ENRICO
Mah… Da nessuna parte. Voglio camminare in città, rivedere un po’ di gente…
Lei non dice niente e guarda le patate appena raccolte.
Enrico legge lo sguardo della donna.
ENRICO
E va bene, torno. Fanne tanti, di gnocchi.
L’uomo esce, richiudendo la porta alle proprie spalle.
Dissolvenza incrociata.
SCENA 2 (Esterno, giorno)
Ci spostiamo in campagna. E’ inquadrato un vecchio casolare, con qualche ettaro di campi intorno.
La MdP ci mostra un uomo sulla quarantina (Stefano Pesce), che sta attraversando l’aia.

Arriva, dopo aver percorso qualche decina di metri, alle spalle di un uomo più anziano (Paolo Graziosi), appoggiato allo stipite della porta aperta di un porcile. Sta guardando dentro e ha l’aria sconsolata.

Quando si accorge della presenza dell’altro, gli parla senza voltarsi.
UOMO
Muore, Adelmo.
Adelmo annuisce.
ADELMO
Lo vedo, papà. Adesso accendo il fuoco e riempio il paiolo. Tu prepara gli attrezzi, che lo macelliamo subito.
Il padre si gira di scatto.
PADRE
Lo macelliamo? Ma il maiale è malato, ha l’afta. Lo dobbiamo seppellire, come ho fatto con la mucca. E devo chiamare il fattore, poi, per dirglielo…
ADELMO
Non devi chiamare nessuno. Questo ce lo mangiamo noi. Al diavolo il fattore, il padrone, al diavolo i manifesti del Comune. Già ci abbiamo rimesso una mucca. Mi pare che basti.
PADRE
Ha l’infezione, Adelmo. Non è mica carne buona.
ADELMO
E’ buonissima. Molto migliore dell’erba che ci toccherebbe mangiare se non ci sbrighiamo con questa bestia.
L’uomo fissa il padre negli occhi.
ADELMO
Babbo, qui con gli animali che muoiono, il canale che ci straripa nei campi ogni giorno e tutto il resto, si sta mettendo male. Non possiamo mica fare tanto gli schizzinosi.
PADRE
Ha l’infezione…
Adelmo non replica e si incammina verso un capanno. Il padre lo segue.
ADELMO
Lassù non vedevamo l’ora di trovare qualche mulo morto. Ne tagliavamo via dei pezzi, li cuocevamo alla meglio su un po’ di fiamma e ce li mangiavamo senza chiederci di che cosa erano crepati. Ho visto gente mangiarli crudi. Ho visto soldati bere la propria urina, raccattare briciole di galletta in tasca ai cadaveri…
I due arrivano al capanno. Adelmo lo apre e ne tira fuori un paiolo. Poi torna indietro, sempre seguito dal padre.
ADELMO
Per giorni e giorni succedeva che non riuscissero a portarci niente, né acqua, né cibo. Dopo Caporetto, poi, ognuno si doveva arrangiare da sé. Ho ingoiato di tutto, quando capitava, e sono ancora qui. Solo una volta m’è venuta una roba in pancia che credevo di rimanerci.
PADRE
Sei stato molto male?
ADELMO
Male? Te l’ho detto, pensavo che fosse arrivata la mia ora. Ho vomitato e cagato anche l’anima. Erano due giorni che non avevamo niente da bere. Io tremavo come se avessi la febbre, e forse ce l’avevo davvero. Sembravamo tutti pazzi di sete. Prima abbiamo bevuto l’acqua delle vaschette di raffreddamento delle mitraglie, abbiamo masticato l’erba, succhiato pallottole di fucile e sassi… Le abbiamo provate tutte.
Adelmo posa il paiolo e torna verso il capanno, con il padre sempre alle calcagna.
ADELMO
Poi, spostandoci in un’altra trincea, abbiamo visto che sul fondo c’era mezzo metro d’acqua. Sporca, puzzolente, fangosa quanto vuoi, però acqua, santo Dio. L’abbiamo bevuta e abbiamo riempito le borracce. Solo quando il livello dell’acqua si è abbassato ci siamo accorti che sotto c’erano i cadaveri di tre austriaci morti, già mezzi marci.
Adelmo apre il capanno e prende dei coltellacci, passandoli al padre.
ADELMO
E adesso datti da fare, che io un maiale di due quintali non lo seppellisco neanche se mi sparano.
PADRE
E che cosa gli diciamo al fattore? Chi gli parla?
Adelmo lo fissa con calma glaciale.
ADELMO
Gli parlo io. Vedrai che non avrà niente da obiettare.
L’uomo fissa il figlio negli occhi e capisce che sta dicendo la verità. Annuisce e si incammina verso il porcile.
Stacco.
SCENA 3 (Esterno, giorno)
Parte una musica: "Ascension", Alpha.
Torniamo in città e seguiamo Enrico mentre cammina per le strade.
A un certo punto notiamo una grande colonna di fumo, che si gonfia andando a confondersi con le nuvole.
Enrico si muove in quella direzione.
Dopo uno stacco, lo osserviamo entrare nei cortili dell’ex convento, dietro la basilica di San Vitale. Attraversa un chiostro ed entra in un ampio giardino, dove troviamo decine di altre persone.
Hanno ammucchiato e incendiato una catasta enorme. Sembra ovatta marrone, un rotolo gigantesco di garze impregnate di pus e sangue.
Enrico si ferma in disparte, con le mani nelle tasche del cappotto, fissando il fuoco che mangia pian piano e con difficoltà quella roba umida.
Un uomo anziano e robusto (Franco Mescolini) che lavora di forcone si asciuga il sudore e gli fa un cenno di saluto con la testa.
Enrico si avvicina.
La musica si abbassa di volume.
ENRICO
Che roba è?
UOMO
Alghe di palude secche.
ENRICO
Ma cosa ci fanno qui?
UOMO
Erano dentro la chiesa. Con quelle avevamo coperto tutti i mosaici e le colonne. Avevamo fatto come dei materassi, per protezione. In tutte le chiese ce n’erano, per via delle bombe. Lei è un soldato?
Enrico annuisce.
ENRICO
Sono appena tornato.
UOMO
Be’, amico mio, la nostra guerra l’abbiamo fatta anche noi, sa?
ENRICO
Lo so, gli aeroplani hanno bombardato un mucchio di volte.
UOMO
Un mucchio di volte, sì. Ci sono state anche delle vittime e dei feriti.
ENRICO
Accidenti!
Il tono è forse un po’ sarcastico. Infatti l’uomo guarda Enrico un po’ di sbieco e si rimette a lavorare, senza aggiungere altro.
Enrico esce senza salutare, incamminandosi nuovamente per le strade.
La musica torna ad alzarsi di volume.
Non c’è molta gente, in giro.
Solo una volta arrivato in piazza Enrico incontra, fermo a un angolo della strada, un capannello di persone che osserva qualcosa.
Si fa largo in mezzo alle persone, entrando anche lui nel cerchio.
Nel centro c’è un uomo (Maurizio Ferrini), vestito di una specie di divisa con stemmi russi e con il colbacco in testa.

Ha steso sul selciato una pelliccia che una volta doveva essere stata bianca e vi ha posato sopra, in bella mostra, scatoline di metallo e opuscoli.
La musica finisce.
UOMO
Il rimedio, signori! L’unico vero rimedio contro i dolori dell’artrite e dei reumatismi! Il grasso dell’orso bianco, che il sottoscritto per anni ha cacciato nella lontana Siberia, come si vede dalla pelle che qui potete ammirare. Anni nel gelo e nella neve, per portarvi questo meraviglioso medicamento! Basta coi dolori! Con una sola lira, vi portate a casa la salute!
Qualcuno si china a guardare da vicino le scatoline. Un bambino accarezza la pelle dell’orso.
UOMO
Avanti, signori, approfittatene! Sono solo per oggi, a Ravenna. Domani non ci sarò!
Qualcuno spinge da parte Enrico.
Un carabiniere e un uomo in borghese fendono il capannello e si parano davanti al sedicente cacciatore siberiano. Il borghese (Ivano Marescotti) prende una delle scatoline e la controlla minuziosamente.

BORGHESE
Non c’è la marca da bollo.
Il cacciatore fa un’espressione stupita.
CACCIATORE
E perché dovrebbe esserci?
BORGHESE
Perché su ogni medicamento messo in vendita ci deve stare, per legge.
CACCIATORE
Ma io non lo vendo mica, il grasso d’orso.
BORGHESE
Ah, no?
CACCIATORE
No, lo regalo. La lira si paga per l’opuscolo allegato.
La gente intorno inizia a parlottare e sghignazzare.
Il borghese pianta le mani sui fianchi, serissimo.
BORGHESE
Se non raccogli le tue porcherie in fretta e non te ne vai, ti porto dentro.
L’uomo si stringe nelle spalle.
CACCIATORE
Stavo per andarmene da me.
Si china a fare un fagotto con la pelle dell’orso, radunando le sue cose. Tutta la gente intorno e le forze dell’ordine se ne vanno.
Solo Enrico rimane lì a guardare.
CACCIATORE
Era meglio se me ne restavo in Siberia. Là nessuno rompeva i coglioni.
Enrico ride. Poi, come d’istinto, gli domanda.
ENRICO
Dov’eri, lassù?
L’uomo scruta Enrico, poi gli risponde come se avesse riconosciuto un vecchio amico.
CACCIATORE
Prima sul Podgora, poi sul San Michele. Mi ha salvato un’infezione che mi cadevano la pelle e i capelli come le foglie in novembre.
Si toglie il colbacco e mostra e Enrico un cranio calvo, arrossato e squamoso. Poi si rimette il colbacco.
CACCIATORE
Ce l’hai una sigaretta, camerata?
Enrico scuote la testa.
ENRICO
Le cerco da stamattina. Sono andato in tre o quattro spacci e mi hanno detto che per il momento non c’è niente da fare. Né sigarette, né sigari, né fiammiferi… Niente. I fiammiferi li dovevo comprare anche per mia madre. Voglio vedere come faremo a casa ad accendere il fuoco.
L’uomo si stringe nelle spalle.
CACCIATORE
Che ci vuoi fare? Le cose vanno così. E mi sa che dobbiamo accontentarci di essere ancora vivi. Sempre che non ci becchi la spagnola.
Enrico sorride amaramente.
ENRICO
Te la compro io una scatolina di grasso d’orso.
Il cacciatore si mette il fagotto in spalla e si allontana.
CACCIATORE
Lascia stare. E’ strutto di maiale con dentro altre schifezze. Grazie lo stesso, comunque.
Enrico lo saluta con la mano e si incammina di nuovo, attraversando la piazza.
Stacco.
SCENA 4 (Esterno, giorno)
Siamo nuovamente nella casa di campagna di Adelmo.
Il reduce sta camminando nella vigna, che vediamo essere completamente allagata. Adelmo controlla lo stato delle piante e delle radici. Il suo volto è scuro. Evidentemente l’esame non è positivo.
Poi sembra notare qualcosa in lontananza.
Si porta una mano a far visiera alla fronte, per vedere meglio.
Dalla sua soggettiva scorgiamo anche noi qualcuno che si sta avvicinando, in bicicletta.
Sorriso di Adelmo, che parte di corsa andando incontro al nuovo arrivato.
Inquadriamo quest’ultimo: è Enrico, che non appena vede Adelmo corrergli incontro si apre in un sorriso.
Assistiamo all’incontro: Adelmo solleva letteralmente di peso Enrico, mentre la bicicletta cade a terra nel fango.
ADELMO
Enrico!
ENRICO
Ehi, piano… M’ammazzi!
ADELMO
Ma chi t’ammazza a te?
Adelmo posa a terra l’amico.
ADELMO
Avevo proprio voglia di vederti, Enrico. Dai, vieni in casa, che ti offro da bere!
Dopo uno stacco vediamo i due entrare nel casolare di Adelmo, il quale prende dalla credenza due bicchieri, stappa una bottiglia di vino rosso e li riempie.
I due uomini brindano.
ADELMO
Al Venticinquesimo Fanteria, che il diavolo se lo porti via.
ENRICO
Be’, se n’è portato via una bella fetta…
Bevono entrambi un sorso di vino.
ENRICO
Allora, come ti va?
Adelmo fa una smorfia.
ADELMO
Mica tanto bene. L’afta ci ha ucciso una vacca, e l’altra, secondo il Comune, dovremmo abbatterla. E stamattina abbiamo dovuto ammazzare il maiale che stava morendo. La pioggia e il canale che sborda fanno il resto. Mi sa che fra un po’ dovrò venire in città a chiederti un piatto di zuppa calda in elemosina.
ENRICO
Be’, contaci.
ADELMO
A parte gli scherzi, Enrico, qui si mette male. La Rosa, la vedova di mio fratello, se ne vuole tornare in famiglia. Mio padre è crollato. Dovevi vederlo stamattina a macellare. Pareva un povero invalido. Non ha più forza… Non ha più forza dentro. Come lo mandiamo avanti il podere? Tra l’altro il padrone e il fattore si sono incattiviti, e mi sa che non vedono l’ora di cacciarci via. Però io questa soddisfazione non gliela do.
ENRICO
E che cosa vuoi fare?
Adelmo si rigira il bicchiere tra le mani.
ADELMO
Se la Rosa se ne andrà, le chiederò di portare con sé mio padre. Nei campi può ancora dare una mano.
ENRICO
E tu?
ADELMO
Io mollo tutto.
Enrico beve un sorso di vino.
ENRICO
E poi?
Adelmo si stringe nelle spalle.
ADELMO
E poi vedremo. Ho le mani buone e le braccia forti, qualcosa farò. Tu, invece?
ENRICO
Io… Be’, che ti devo dire? Non vedevo l’ora di tornare, mi mancava la città, mi mancavano casa mia e la mia famiglia, mi mancava persino il negozio… E adesso che sono qui, invece, mi pare che sia tutto diverso, che tutto mi vada stretto. O forse mi fa troppo largo… Non sono più la stessa persona, Adelmo.
ADELMO
E come potremmo essere gli stessi?
ENRICO
Già, come potremmo? A proposito, sai cos’è successo oggi, dopo pranzo? E’ arrivato un fattorino con dei telegrammi e a mia madre quasi le viene un colpo. Ha sempre paura che mi richiamino di nuovo, chissà poi a fare cosa, ma anche a lei la guerra ha dato alla testa.
ADELMO
E invece?
ENRICO
E invece apro il telegramma lungo un metro e indovina di chi è? Di Martino!
ADELMO
Ma dai! Abita a venti minuti di treno e ti manda un telegramma… Cosa dice? Come sta?
ENRICO
Tieniti forte: l’Elisabetta, la famosa Elisabetta che ormai non ne potevamo più di sentirne parlare, quella che lui non vedeva l’ora di tornare per sposarla…
ADELMO
Be’?
ENRICO
S’è messa con un altro. Martino torna e la trova fidanzata con il postino.
ADELMO
Santo cielo! E lui?
ENRICO
Lui dice che la sua vita è rovinata, che era meglio la trincea e che vuole andarsene da Forlì per sempre, per non incontrarla neppure per caso girando per strada. Altrimenti l’ammazza. O ammazza il postino.
ADELMO
Meno male che non si vuole suicidare.
ENRICO
Suicidarsi? E perché mai?
Adelmo rimane in silenzio per qualche istante.
ADELMO
Perché il Martino degli ultimi mesi non era mica quello di prima. Non parlava, non reagiva, aveva messo su quella faccia che… Dai, la conosciamo quella faccia. Quella di chi aspetta solo di farsi ammazzare e sembra che non gliene importi più.
ENRICO
Forse pensava a quella donna.
ADELMO
Non lo so. Forse non pensava più a niente.
ENRICO
Comunque dice che ha voglia di vederci e di ubriacarsi insieme a noi.
ADELMO
Sono d’accordo. Uno di questi giorni andiamo a Forlì e svuotiamo un’osteria. E se incontriamo il postino, che sarà un imboscato della malora, gli diamo una mano a riempirlo di botte.
Enrico sorride. Poi osserva il sacchettino appeso a un cordone che pende dal collo di Adelmo.
ENRICO
Porti ancora quel tuo talismano prezioso?
Adelmo tocca il proprio portafortuna.
ADELMO
Sempre. Questo, secondo me, m’ha salvato la vita un mucchio di volte. E tu all’inizio ridevi, ma poi, ogni volta che cominciavano a cannoneggiare o che dovevamo andare all’assalto, lo volevi toccare.
Enrico dà una pacca sulla spalla dell’amico.
ENRICO
Già. Non te lo togliere mai. Se ne avrò bisogno, verrò qui a toccarlo ancora.
I due rimangono in silenzio qualche secondo. Entrambi finiscono il loro bicchiere di vino e Adelmo ne versa altri due.
ADELMO
Senti… Ci pensavo prima mentre camminavo in quella palude che dovrebbe essere la mia vigna: che ne dici se piantiamo tutto, io, te e Martino, e ce la svigniamo per un po’?
ENRICO
E dove andiamo?
ADELMO
Da Settimio Conficoni.
ENRICO
Da Settimio? A fare cosa?
ADELMO
Non so se ti ricordi quando ci raccontava della montagna e delle carbonaie. Diceva che verso la Toscana, nella zona dove vive lui, è possibile prendere in affitto un bosco dove abbiano fatto il taglio, e lavorare per fare il carbone. Diceva che c’è da guadagnare bene e che lui potrebbe trovare il posto adatto.
ENRICO
Dici sul serio?
ADELMO
Sì. A giorni ci arriveranno cento lire a testa, il ‘grazie’ della Patria riconoscente. Per l’affitto del bosco dovrebbero bastare. Attacco Cadorna al carro, ci carico su…
ENRICO
E chi è Cadorna?
ADELMO
Il mio somaro. Prima si chiamava Pistulòn, ma adesso gli ho cambiato nome.
Enrico ride di gusto.
ADELMO
Io non scherzo. Tu pensaci.
ENRICO
Non ho bisogno di pensarci. Ci sto.
Adelmo sembra sorpreso, ma contento.
ADELMO
Davvero?
ENRICO
Davvero. Io non ci torno a vendere filo, stoffe e mutande. Non subito, perlomeno. E poi in città c’è da prendersi la spagnola. Mi pare che la gente si ammali e muoia come le mosche.
ADELMO
Dopo tutto quello che abbiamo passato hai paura dell’influenza? Io credo che se siamo sopravvissuti a quell’inferno non ci verrà mai più nemmeno un raffreddore.
ENRICO
Hai ragione… La verità è che ho voglia di andare via. E di andarci con voi.
ADELMO
Bene. Se domani non hai di meglio da fare, prendiamo il treno e andiamo da Martino a vedere come sta e che cosa ne pensa. Poi ci accordiamo con Settimio. Se trova il bosco, è cosa fatta.
ENRICO
E’ cosa fatta.
Alzano entrambi i bicchieri e li fanno tintinnare in un sonoro brindisi che versa metà del vino sulla tavola.
Dissolvenza in nero.
SCENA 5 (Esterno, giorno)
Le immagini si aprono su un bellissimo paesaggio collinare, affascinante nonostante il grigio cielo invernale.
La MdP va a inquadrare un’osteria aggrappata al fianco di un pendio.
Uno stacco ci porta vicino a essa e osserviamo un mulo intento a brucare una siepe. Strappa i rami coi denti, dando strattoni forti e decisi, poi china la testa e mastica tranquillo, guardando in basso. Poco distante, un altro sonnecchia vicino a un albero.
Notiamo quindi Enrico, seduto su un masso con un filo d’erba in bocca. Sembra godersi l’aria fredda di collina e il panorama della vallata.
VFC (Adelmo)
Enrico!
Enrico si volta verso l’osteria, sulla cui soglia compare Adelmo insieme a un altro uomo, più o meno loro coetaneo (Ivan Bacchi). Gli fanno cenno di raggiungerli.

Enrico si alza, si mette in spalla la bisaccia e si incammina verso di loro.
Uno stacco e li ritroviamo seduti a un tavolo, a mangiar pane. Nell’osteria non c’è tantissima gente: qualche vecchio che beve vino, due che giocano a carte, l’oste che lavora davanti al fuoco a rigirare braciole.
Adelmo parla a bocca piena.
ADELMO
Madonna, che buon odore! Castrato di prima qualità. E anche il vino non è male.
Enrico e Adelmo fissano il loro compagno, che sta rigirando il bicchiere tra le mani, pensieroso.
ADELMO
Ehi, Martino. Cos’è quella faccia?
MARTINO
Che faccia?
ADELMO
Quella che hai messo su. Non ridi mai. Dai, bevi e approfitta dell’aria buona!
Adelmo allarga le braccia e respira a fondo, come a dimostrare all’altro come si fa.
MARTINO
Ci sarà la fuori, l’aria buona. Qui si respirano solo fumo e puzza di sigari.
Enrico sorride.
ENRICO
E da quando in qua puzzano, i sigari?
Martino non risponde. Si gratta il viso magro e si guarda intorno, irrequieto.
Adelmo intanto ingoia altro pane e beve altro vino, guardando impaziente l’oste. Poi dà una gomitata a Martino.
ADELMO
E smettila di pensare a quella là!
L’altro si scuote. I suoi occhi si accendono, saettano in giro e poi si rivolgono nuovamente in basso, verso il bicchiere.
MARTINO
Non si chiama ‘quella là’. E poi non sto pensando a niente.
Adelmo ed Enrico si scambiano un’occhiata, tra il sorpreso e il divertito.
L’oste (Massimo Foschi) intanto arriva con un vassoio pieno di carne.

OSTE
Eccoci! Buon appetito.
ADELMO
Ah, quello non ci manca di certo. E’ dalle cinque di stamattina che non mangiamo praticamente niente.
ENRICO
Senta… Quanto è lontano da qui il Bosco delle Facce?
OSTE
Perché?
ENRICO
Perché quando arriva il nostro amico dobbiamo andarci.
OSTE
A fare cosa?
ENRICO
A lavorarci.
L’oste ci pensa su un attimo.
OSTE
Non è vicino. Ci vorranno circa due ore di viaggio.
Adelmo, che ha già iniziato a mangiare, commenta a bocca piena.
ADELMO
Due ore! E noi che pensavamo di essere arrivati.
OSTE
Be’, in realtà non è neppure lontano, ma la strada è brutta, sale parecchio. In alcuni punti poi è rovinata, l’anno scorso ci sono state delle frane.
ENRICO
E non la riparano?
OSTE
No, non la riparano.
ENRICO
E perché?
L’oste non risponde. Si stringe nelle spalle e si allontana.
VFC (Uomo)
Non la riparano perché tanto di là non ci passa quasi nessuno.
I tre si voltano per vedere chi ha parlato. Si tratta di un vecchio col cappello e la testa china su un bicchiere di rosso.
ENRICO
E come mai?
Il vecchio tira su col naso.
VECCHIO
Perché non ci sono case, da quelle parti. E per arrivare al passo è la via più lunga e meno comoda.
ENRICO
Ah…
VECCHIO
Ma che lavoro ci andate a fare, lassù?
ADELMO
Ci apriamo una sala da ballo.
Adelmo ed Enrico ridacchiano. Martino e il vecchio no.
ENRICO
La carbonaia… Cosa vuole che ci facciamo? Un nostro amico ci ha procurato il contratto.
VECCHIO
Non siete di queste parti, vero?
ENRICO
Noi siamo di giù, del piano. Ma il nostro amico abita qui in giro. Lui la zona la conosce. E conosce anche il lavoro. A quanto pare l’ha pagato poco l’affitto del bosco.
Il vecchio annuisce.
VECCHIO
Costa poco sì. Non è che ci voglia andare tanta gente, lassù.
MARTINO
Ma perché?
Adelmo ed Enrico sembrano quasi sorpresi dall’inserimento di Martino nella conversazione.
VECCHIO
Perché è scomodo, ve l’ho detto. I carrettieri non ci vanno di buon grado. Pagherete poco d’affitto, ma poi spenderete molto per quelli che dovranno venire su a ritirare il carbone.
Adelmo prende dal piatto una salsiccia, la imprigiona tra due grandi fette di pane e dà un morso.
Anche Enrico prende un po’ di carne e se la mette nel piatto.
Martino, invece, sembra voler chiedere qualcos’altro al vecchio, ma in quel momento entra nell’osteria un uomo (Paolo Conticini) che attira l’attenzione di tutti e tre.

ENRICO
Settimio!
Il nuovo arrivato raggiunge gli amici, che si alzano per abbracciarlo e dargli pacche sulle spalle. Adelmo gli mette un bicchiere di vino in mano.
ADELMO
Dai, siediti a mangiare con noi!
SETTIMIO
Sono le cinque del pomeriggio! Non è mica ancora ora di cena.
ENRICO
Dai, non dirmi che non ci sta una braciola…
Settimio sorride.
SETTIMIO
Una braciola ci sta sempre.
ADELMO
Ecco, bravo.
I quattro si siedono e si mettono a mangiare allegramente.
ENRICO
Che capelli lunghi che hai!
Settimio si passa una mano sul ciuffo che gli scende sulla fronte.
SETTIMIO
Eh, sì. Non ho ancora avuto voglia di tagliarli. E comunque, adesso che non devo più portare quel catino di ferro sulla testa, vanno bene anche così.
Settimio mette in bocca un pezzo di carne e guarda gli altri.
SETTIMIO
Allora? E’ tutto a posto?
ENRICO
Veramente dovremmo chiederlo noi a te. Sei tu che hai combinato la cosa.
SETTIMIO
E’ tutto a posto, sì.
Adelmo parla ancora a bocca piena, indicando il vecchio del tavolo accanto.
ADELMO
Quel tipo parla del Bosco delle Facce come se fosse un buco in capo al mondo. Di’ un po’, dov’è che ci porti?
SETTIMIO
Vi porto in un buco in capo al mondo. Cosa credevi, che il carbone si facesse in città, magari sotto i portici?
Settimio si tira su le maniche della giacca vecchia e lisa, si toglie il fazzoletto che porta al collo e pulisce il piatto con il pane.
SETTIMIO
E poi, a chiunque chiederete, la risposta sarà sempre tale da farvi passare la voglia di andare lassù.
MARTINO
E perché?
SETTIMIO
Perché anche per i posti più scomodi, che non fanno gola perché sono lontano dai paesi, come quello dove andremo noi, c’è una specie di gelosia. Non si ha piacere che ci vadano a lavorare dei forestieri. C’è sempre chi ti mette i bastoni tra le ruote.
ADELMO
Ci saranno dei problemi, dunque?
Settimio fa cenno di no con la testa.
SETTIMIO
Ho risolto tutto. Non avremo bisogno di caricare troppo il carro, che a quanto ho visto è fin troppo pieno di arnesi e di roba. Mi sono accordato con un contadino che abita poco distante da qui e domani ce le porta su lui, le provviste. Gli ho già dato qualche lira di anticipo. I carrettieri verranno tra una settimana a prendere il primo carico di carbone. Di legna tagliata ce n’è in abbondanza. Là i boscaioli hanno lavorato sodo per tutto l’inverno.
ENRICO
Ma com’è la strada? E’ davvero così brutta?
Settimio fa una smorfia.
SETTIMIA
Ve la ricordate la mulattiera che dovemmo salire sotto la neve, spingendo i cannoni, il giorno che ammazzarono il povero Piero Casali, quello studente simpatico di Faenza? Be’, quella che ci aspetta è molto peggio.
Gli altri lo fissano, in silenzio.
ADELMO
Porca miseria…
Settimio si mette a ridere.
SETTIMIO
Ma dai, scherzavo! E’ come tante altre. Certo che se avessimo potuto tenere tutti e due gli asini sarebbe stato meglio, ma venderne uno a mio zio ci fa comodo. Ci pagheremo le provviste per un bel pezzo. A proposito, avete portato un bell’animale? Guardate che mio zio se ne intende, non lo fregate mica.
Adelmo alza la testa dal vassoio della carne, che era intento a pulire col pane.
ADELMO
Ehi! L’ho scelto io. L’ho barattato con gli attrezzi migliori che avevo nel podere. Piuttosto, quand’è che se lo viene a prendere?
SETTIMIO
Dovrebbe arrivare qui da un momento all’altro. E’ impaziente. Aveva proprio bisogno di una buona bestia. Quassù adesso è difficile trovarne.
ADELMO
E’ difficile anche nel piano. Pare che siano morti tutti in guerra, gli asini e i muli, come gli uomini. E quelli che restano sono suonati. Sono proprio dei reduci.
Enrico alza il bicchiere, come a brindare agli asini caduti. Gli altri tre lo imitano e bevono.
SETTIMIO
Andiamo fuori, via. Lo aspettiamo fumando in giardino, mio zio. Ho quattro buoni sigari presi per l’occasione.
ADELMO
Questo sì che è parlare.
Dissolvenza incrociata.
SCENA 6 (Esterno, giorno)
La MdP inquadra un bosco dall’interno, con lo sguardo rivolto verso l’alto. La luce che filtra attraverso gli alberi è fioca e gelida.
I quattro reduci stanno seduti a bordo del carro trainato dal mulo, lungo un sentiero largo appena a sufficienza.
Martino si stringe nel cappotto.
MARTINO
Fa un freddo cane.
Adelmo si gira verso Settimio.
ADELMO
Manca ancora molto? Sta facendo buio, accidenti. Giù nel piano, a quest’ora, si vede ancora il sole. Qui, invece…
SETTIMIO
Tra dieci minuti dovremmo essere nel nostro spiazzo. Per questa notte ci dovremo accontentare della capanna vecchia. Mi hanno detto che ce n’è una. Poi domani magari ce ne facciamo una migliore, o ripariamo quella.
ENRICO
Se non c’è, fa niente. Non sarà la prima notte che dormiamo all’aperto, no? Almeno non piove.
I quattro proseguono in silenzio ancora per un po’.
MARTINO
Ma come diavolo facciamo a sapere dov’è il posto? Qui ci sono solo degli alberi. Non si vede niente.
SETTIMIO
E’ proprio così che lo sapremo. Quando tra gli alberi troviamo una radura, ci siamo. Non ti puoi sbagliare.
Enrico si guarda intorno, inquieto.
ENRICO
Be’, vi dirò che non vedo l’ora di arrivare.
ADELMO
Cosa c’è, hai paura del buio, adesso?
ENRICO
No. E’ che, se non te lo ricordi, stiamo a romperci le ossa e il culo su questo carro dalle cinque di stamattina. E io il culo ce l’ho delicato, da quando mi ci hanno sparato dentro una scheggia di granata.
ADELMO
Tu, caro il mio cittadino, il culo ce l’avevi delicato anche prima.
ENRICO
Ah sì? Ti ho mai chiesto di farmi da balia, al fronte?
ADELMO
Oh, eccome! Non te la ricordi quella volta che…
Il carro si ferma all’improvviso, interrompendo Adelmo.
Parte una musica: "Four", Kaktus.
Inquadratura del mulo, che si è piantato sulle zampe con la testa rivolta verso l’alto, come in ascolto.
ENRICO
Cosa c’è?
ADELMO
E che ne so?
Adelmo scende dal carro.
SETTIMIO
Sarà stanco, povera bestia.
ADELMO
Macché stanco. Si è riposato, quando ci siamo fermati all’osteria, e si è pure rifocillato per bene. Ci vuole ben altro per stancare Cadorna.
MARTINO
E allora cos’ha?
Adelmo si affianca al mulo e strattona la cavezza.
ADELMO
Avanti, somaro. Che ti prende?
Cadorna agita la testa, l’abbassa e la muove di lato. Poi, con un fremito delle labbra, mostra i denti e lancia una sorta di raglio stridulo.
ADELMO
Venite a darmi una mano. Questo qua ha bisogno di una spinta.
Gli altri obbediscono.
ENRICO
Gliene abbiamo già date parecchie, di spinte, quando la salita era dura. Credo che abbiamo faticato più noi di lui, su questa strada della malora.
ADELMO
Non è che abbia bisogno di essere aiutato. Qui siamo addirittura un po’ in discesa. Ha solo bisogno di essere convinto.
ENRICO
E perché?
ADELMO
Non ne ho idea. Forse ha sentito qualcosa, qualche odore che non gli va.
Primo piano di Martino, che alza la testa e annusa l’aria, saettando lo sguardo a destra e a sinistra.
MARTINO
Non ci sarà qualcuno nei paraggi?
ADELMO
Ma chi vuoi che ci sia quassù?
MARTINO
Non so… Qualche bestia?
Enrico, quasi come reazione istintiva, inizia a trafficare tra i bagagli del carro. Pochi secondi dopo ne estrae un fucile.
ADELMO
Ma dai, lascia perdere… Che te ne fai di quello?
ENRICO
Mi sento più sicuro, con questo in mano.
Settimio alza le mani cercando di riportare l’ordine.
SETTIMIO
Sentite, manca pochissimo. Adesso dobbiamo solo smuovere questo testone di un somaro, arrivare a destinazione e metterci a dormire.
Gli altri tre lo guardano per qualche istante, poi annuiscono. Enrico mette il fucile a tracolla e si avvicina a Cadorna, seguito da Martino e Settimio.
Tutti e quattro cominciano a spingere l’animale, a tirarlo e a colpirlo sulle natiche.
All’improvviso Cadorna si sblocca e riprende a camminare.
MARTINO
Oh, sant’Iddio. Meno male!
Primo piano di Enrico, che sbuffa. Poi, si guarda intorno, esaminando il folto del bosco.
Infine si rimette anche lui in cammino.
Stacco.
SCENA 7 (Interno, notte)
La MdP inquadra un’ampia radura, al centro della quale si trova una vecchia capanna di legno.
Stacco al suo interno, dove troviamo i quattro reduci che stanno per sdraiarsi su altrettante brande sistemate in un angolo dell’unica stanza del fabbricato.
MARTINO
Di’ un po’, Settimio, com’è che questo bosco si chiama ‘delle Facce’?
Settimio si stende e si copre con una coperta, cercando una posizione comoda.
SETTIMIO
Non lo so. Sarà per via di qualche vecchia storia, magari di mille anni fa. Tutti i nomi significano qualcosa e non significano niente.
Enrico osserva il tetto sfondato della capanna, attraverso cui si vede il cielo stellato.
ENRICO
C’era quel vallone, di là dal Lago di Doberdò, che lo chiamavano ‘delle Croci’ perché qualcuno diceva che gli austriaci ci avevano crocifisso mille prigionieri, e che sulle croci ci facevano passare i cavi del telegrafo. Poi, quando i nostri ci sono arrivati, non c’era un bel niente. Però quella storia continuava a girare lo stesso.
ADELMO
E quella storia che l’arcangelo Michele di notte combatteva insieme agli alpini?
MARTINO
Cosa c’entra coi nomi?
ADELMO
Niente, si fa per dire. Era una leggenda di guerra anche quella.
Nessuno parla per un po’, tutti persi nei ricordi.
ENRICO
Certo che ne nascevano parecchie di storie, lassù. E ci credevamo tutti.
ADELMO
Ci credevi tu. A me mi facevano ridere. Come quella dei topi, ve la ricordate? Quella che i topi delle trincee non mangiavano più neppure il formaggio, tanto ci avevano preso gusto a mangiare i cadaveri.
SETTIMIO
Be’, mi sa che quella non era mica inventata. Di formaggio non ce n’era, ma di morti quanti ne volevi. E quei topacci grassi come maiali che ci correvano tra le gambe, mi sa che la fame non l’hanno patita mai.
All’improvviso, in lontananza, udiamo un grido acuto riecheggiare nella notte.
Martino si tira su a sedere.
MARTINO
Che cos’è?
SETTIMIO
Credo fosse un uccello.
Martino guarda il compagno con diffidenza, poco convinto.
ENRICO
Ma sì, cos’altro poteva essere? Adesso dormiamo, che domani c’è parecchio da fare.
Martino annuisce, ma rimane inquieto. Torna a sdraiarsi e pochi secondi dopo chiude gli occhi, cercando di addormentarsi.
Gli altri, intanto, lo hanno già anticipato.
Dissolvenza in nero.
SCENA 8 (Esterno, giorno)
Parte una musica: “Prede e predatori”, It-Alien.
Le immagini si aprono sulla radura illuminata dal sole. Sotto le note della musica osserviamo i quattro compagni lavorare per riparare la capanna: tagliano tronchi e li segano per farne delle rudimentali assi, che inchiodano alle pareti e al tetto; con delle zolle erbose rivestono buona parte del fabbricato, chiudendo i buchi più piccoli; con della lamiera assicurata a un lato della capanna creano un ricovero per Cadorna, che sembra apprezzare.
La musica si abbassa di volume, mentre ritroviamo i quattro intenti a rimirare il loro operato, soddisfatti.
SETTIMIO
Bene, adesso la casa ce l’abbiamo. Non sarà una reggia, ma avremo tempo e modo di migliorarla. Mangiamo qualcosa e poi ci mettiamo a preparare la piazza.
ENRICO
Che piazza?
SETTIMIO
Quella dove faremo la carbonaia.
ADELMO
Cosa dobbiamo fare?
SETTIMIO
Bisogna ripulire una parte della radura e attrezzarla. Vedrete, non è difficile. Basta avere le braccia buone e un po’ di pazienza.
ADELMO
Quelle non ci mancano.
SETTIMIO
Fra qualche giorno sarete dei carbonai perfetti, come se non aveste mai fatto altro.
MARTINO
Io ancora non ho ben capito in cosa consiste.
SETTIMIO
Sarà una pacchia, vedrai. Siamo in quattro… Mio padre questo lavoro l’ha fatto per tanti anni praticamente da solo. Nella capanna ci portava spesso anche me e mia madre, che davamo una mano, ma lui avrebbe potuto cavarsela anche senza aiuto. Era bravissimo. Noi servivamo più che altro a fargli compagnia.
ENRICO
Venivate in questo bosco?
SETTIMIO
No, su un altro monte, più vicino a casa nostra.
ADELMO
Ti piaceva quel lavoro?
Settimio annuisce.
SETTIMIO
Sì, piaceva davvero. Vabbe’ che la fatica grossa la faceva mio padre, però io mi impegnavo e imparavo. Ho dei bei ricordi, di quegli anni.
Gli altri lo guardano sorridendo.
SETTIMIO
Sapete cosa facevamo, io, babbo e mamma, quando il carbone era pronto e dopo che l’avevamo tolto la piazza rimaneva vuota e ancora caldissima? Ci coprivamo coi sacchi di iuta e ci sdraiavamo sulla terra bollente, e sudavamo. Era una specie di sauna. Mio padre diceva che faceva bene e che era tutta salute. E diceva anche che bisognava respirare i fumi del carbone, che pulivano e curavano i polmoni.
ENRICO
E servivano davvero, queste cose?
Settimio si stringe nelle spalle.
SETTIMIO
Credo di sì, perché non ci ammalavamo mai. Eravamo sempre neri, un nero che non veniva via neanche a lavarsi, però sani. Sì, era un periodo bello. Sono proprio contento di essere qui a lavorare al carbone, e di esserci con voi. Quando libereremo la piazza per la prima volta, vi farò provare la sauna. Vedrete che roba!
La musica si alza nuovamente di volume.
Enrico sorride e va a prendere il fiasco dell’acqua. Si attacca e beve a lunghe sorsate, poi lo passa agli altri che lo imitano.
Martino va a sedersi sul ceppo di un albero tagliato e si asciuga il sudore con un fazzoletto.
Adelmo si accende un sigaro e si siede sull’erba a godersi il meritato riposo.
La musica sfuma, lasciando per qualche secondo solo il silenzio del bosco.
MARTINO
Che silenzio che c’è qui.
SETTIMIO
Eh, non è mica come la fabbrica dove lavoravi tu… E comunque non c’è silenzio, ci sono tanti suoni. Si tratta solo di imparare a conoscerli.
ADELMO
E’ vero, anche se credo che non sarà semplice. E’ diverso dai miei campi: là vedi lontano e se c’è qualcosa che fa rumore capisci cos’è. Qui i suoni, invece, giungono tutti da oltre la barriera degli alberi.
MARTINO
Già, come quelli di stanotte. C’era un concerto strano…
ADELMO
Cioè?
MARTINO
Quell’uccello ha gridato senza smettere mai. E poi fruscii, botti secchi, come se qualcuno desse bastonate nei tronchi degli alberi. E fischi… E qualcosa che assomigliava a dei colpi di tosse.
Enrico ride.
ENRICO
Il bosco con la bronchite.
ADELMO
Guarirà non appena respirerà il fumo della nostra carbonaia.
Settimio sorride e posa una mano sulla spalla di Martino.
SETTIMIO
Il bosco vive di notte. Non siamo mica a Forlì, che quando fa buio dormono anche le pietre.
Martino fa un sorriso di circostanza.
ENRICO
Vado a mettere qualcosa sulla tavola.
ADELMO
Queste sono le idee che piacciono a me! Cosa mangiamo?
ENRICO
Be’, non è che abbiamo una gran scelta. Abbiamo del pane, della piada, formaggio e salame.
ADELMO
E ti lamenti?
Enrico sorride.
Settimio tira fuori l’orologio dalla tasca e controlla l’ora.
SETTIMIO
A proposito, non si è ancora visto il contadino con le provviste. Speravo che arrivasse in mattinata.
ENRICO
Di fame oggi non moriremo.
SETTIMIO
Certo che no. Però gli ho già dato un anticipo.
ADELMO
Cosa gli hai detto di portarci?
SETTIMIO
Farina, fagioli, patate e lardo. Qualche uovo, se c’è. Insomma, tutto quello che ci serve. Gli ho anche detto che poi, ogni tanto, dovrà tornar su per la roba fresca.
Adelmo dà un tiro al sigaro.
ADELMO
Sto cominciando a pensare che questa sia una vacanza…
Settimio ride.
SETTIMIO
Ne riparliamo stasera, quando avremo finito di lavorare. Non so se sarai della stessa idea.
ADELMO
Come se un po’ di fatica possa spaventarmi. Sono abituato al lavoro nei campi, io.
ENRICO
Ecco, bravo. Un orto dietro alla capanna ci farebbe comodo…
ADELMO
Piantala e vai a preparare il pranzo, ragazzo di città.
I quattro ridono ed Enrico sparisce all’interno della capanna. Adelmo spegne il sigaro, rimettendosi in tasca la parte rimanente ancora buona da fumare. Poi si alza in piedi con aria soddisfatta.
Stacco.
SCENA 9 (Interno, giorno)
Troviamo i quattro seduti a tavola a mangiare.
SETTIMIO
Dobbiamo cercare legno di quercia, cerro, orniello e leccio. Ci si ricava carbone forte, di quello che fa fiamma buona e calore intenso.
ENRICO
Perché, di quanti tipi ce n’è? Io credevo che il carbone fosse carbone e basta.
SETTIMIO
Sarebbe come se io ti dicessi che la stoffa è stoffa e basta.
ENRICO
Ma guarda un po’…
SETTIMIO
Col carpino, il faggio, l’ontano e il nocciolo si fa il carbone dolce, che è un po’ più debole e costa meno. Col castagno, invece, se ne fa un tipo particolare, che va bene per i forni dove cuociono la creta e l’argilla, o dove i fabbri scaldano i metalli.
ADELMO
Tanto ci sei tu a dirigere il lavoro: io ci metterò le braccia e il resto lo imparerò. Quando alla fine torneremo a casa, sarò un esperto.
SETTIMIO
Si impara tutto, nella vita. Come per i fischi delle granate: quando arrivammo su ci parevano tutti uguali. Non capivamo neppure se fosse ‘posta’ in arrivo o in partenza. Poi, però… Diamine, ce l’ho ancora nelle orecchie l’urlo che facevano quelle da 420.
ENRICO
Quelle non erano granate. Erano le mani di Dio arrabbiatissimo che dava pugni sul mondo.
Settimio annuisce.
SETTIMIO
Comunque nel bosco le orecchie sono più importanti degli occhi, perché tanto non si riesce a vedere niente fuorché gli alberi. Però si possono sentire tante cose, come in trincea.
ADELMO
Già. Con la differenza che questo è il paradiso, mentre quello era l’inferno.
Nessuno commenta l’affermazione. Tutti spostano l’attenzione verso il proprio piatto, in un silenzio pieno di consenso.
Stacco.
SCENA 10 (Esterno, giorno)
Parte una musica: “Staring at the colourless daylight”, Ancestral.
Osserviamo i quattro uomini nuovamente al lavoro: Settimio ed Enrico delimitano una parte della radura con grandi sassi messi in cerchio, distanziati qualche passo l’uno dall’altro; scoprono il terriccio scuro liberandolo con badili e rastrelli da foglie, arbusti, rami ed erba; al centro dell’area piantano quattro pali alti quasi tre metri.
Adelmo e Martino tagliano e raccolgono legna, cercando gli alberi più adatti.
I quattro insieme, poi, cominciano ad ammucchiare la legna tagliata intorno ai pali, che tengono libero uno spazio che deve fungere da camino. Formano così una catasta semisferica, che poi ricoprono di terra e zolle erbose come hanno fatto con la capanna.
Vediamo che il sole comincia ad abbassarsi, allungando le ombre.
I quattro cominciano a essere stanchi, sudati e sporchi. Adelmo va a prendere dell’acqua e beve, passandola poi ai compagni.
Mentre bevono, osservano il tumulo silenzioso che hanno eretto sul prato.
Poi Settimio forma un fascio di ramaglia secca, appoggia la scala al tumulo e butta dentro al camino il fascio. Con un ramo più lungo, infine, lo incendia.
Gli altri tre lo guardano affascinati, mentre Settimio rimane davanti alla bocca del camino a controllare l’operazione. Un filo di fumo si alza quindi dal camino e con un sorriso Settimio si volta verso di loro, facendo il segno del pollice alzato.
La musica sfuma, mentre il toscano scende dalla scala.
SETTIMIO
Ecco fatto. Adesso, là dentro, la legna comincia a bruciare piano e con poca aria. E diventa carbone.
ENRICO
Tutto qui?
SETTIMIO
Tutto qui. E comunque non è così facile. Se il fuoco è troppo forte, diventa cenere, se è troppo debole si spegne. Dovremo badare alla nostra carbonaia come se fosse un malato grave, starle accanto giorno e notte, sentirle il respiro e capirlo.
ADELMO
Giorno e notte?
SETTIMIO
Giorno e notte, per una settimana, senza staccarci mai. Dovremo farle dei buchi coi paletti fin dentro la pancia per darle aria, ma solo quel poco che serve, perché altrimenti rischiamo che bruci non solo la legna che abbiamo ammucchiato, ma il bosco intero. Se poi verrà su il vento sarà ancora più difficile e pericoloso.
Enrico fischia, comprendendo il rischio.
SETTIMIO
E non avremo mica solo questa, di catasta da accudire. Ne faremo di continuo... Il nostro lavoro è questo.
ADELMO
Tutto chiaro. Adesso che si fa, quindi?
SETTIMIO
Aiutatemi a fare un paravento. Nell’aria c’è qualcosa che non mi piace.
MARTINO
Ma se è sereno!
Enrico si volta verso Adelmo.
ADELMO
Ah, non guardare me. Se fossi nel mio podere tu saprei dire che tempo farà e che aria tirerà da qui alla fine della settimana. Mi basterebbe dare un’occhiata in giro e alzare il naso. Qui però non è casa mia, non ho idea.
Settimio si mette le mani sui fianchi e fa due passi.
SETTIMIO
No, non è a posto, il tempo. C’è odore di acqua, e c’è meno luce di quella che dovrebbe esserci. Di qui non si vede, perché c’è il monte di mezzo, ma sono sicuro che da quella parte il sole sta affogando nelle nuvole.
Indica col dito un punto non ben definito e gli altri lo osservano perplessi.
SETTIMIO
E poi fa freddo. Troppo freddo.
Come se gli altri se ne fossero resi conto in quel momento, tutti sembrano percepire l’abbassamento di temperatura, con un brivido o con il gesto di riscaldarsi le braccia nude.
Primo piano di Settimio, con il viso rivolto verso l’alto.
Dissolvenza incrociata.
SCENA 11 (Interno, notte)
Siamo all’interno della capanna. E’ notte e vediamo Enrico addormentato in branda.
Sentiamo il vento soffiare forte all’esterno e pochi secondi dopo nell’inquadratura entra Martino, che sveglia Enrico scuotendolo. Questi spalanca gli occhi e in un istante si mette a sedere.
ENRICO
Che succede?
MARTINO
Non lo so. Mi sembra che ci sia un temporale. Gli altri ci chiamano.
Enrico si libera delle coperte e si infila gli scarponi, dopodiché segue Martino all’esterno della capanna.
Nella radura infuria la bufera, con gli alberi intorno che si piegano dando l’impressione di volersi staccare dal terreno. Qualcosa passa sopra la testa di Enrico, come un uccello rapace.
Piano americano di Settimio, impegnato intorno alla carbonaia.
SETTIMIO
Il paravento! Ha strappato via il paravento!
La carbonaia soffia verso il buio del cielo getti di fuoco e faville che illuminano la scena. Adelmo sta correndo intorno alla catasta, cercando di contenere le fiamme con delle manate di terriccio.
Primo piano di Enrico.
ENRICO
Ma che diavolo…
Adelmo grida per farsi sentire da Settimio.
ADELMO
Settimio! Qui brucia tutto!
Settimio si rivolge verso Enrico e Martino, gridando più forte che può.
SETTIMIO
Prendete i badili!
Enrico e Martino obbediscono, aggirando la capanna e passando accanto al riparo di Cadorna, che sta ragliando di terrore.
Afferrano quattro badili e corrono verso la carbonaia, consegnando gli attrezzi a Settimio e Adelmo.
Tutti e quattro si mettono quindi a gettare terra sulle fiamme.
La MdP ruota intorno alla carbonaia, inquadrando i quattro compagni a turno come in una giostra fiammeggiante.
Smorzato il fuoco su un lato, Settimio afferra la scala e la appoggia alla catasta, arrampicandosi fino alla cima del camino con il badile in mano, per gettarvi dentro delle zolle di terra.
Come obbedendo a un ordine silenzioso, Enrico si posiziona alla base della scala e scava con il suo badile, passandolo poi a Settimio, il quale gli restituisce quello appena svuotato.
Adelmo e Martino continuano a contenere il fuoco intorno alla carbonaia, mentre Enrico e Settimio proseguono il lavoro dall’alto.
Presto le fiamme si attenuano e anche il vento inizia a diminuire di intensità.
Settimio scende dalla scala, esausto, e si allontana dalla carbonaia. Gli altri tre lo imitano e si fermano a una decina di metri di distanza, appoggiandosi affannati ai badili.
E’ Enrico il primo a riprendere fiato, lanciando un’occhiata interrogativa a Settimio.
ENRICO
E adesso?
Settimio assume un’aria sconsolata.
SETTIMIO
E adesso è tutto da rifare. Abbiamo affogato di terra la carbonaia e di sicuro parecchia legna è ormai ridotta in cenere. Domani apriremo la catasta e la risistemeremo, sperando che non sia andata del tutto perduta.
ADELMO
E’ un miracolo che non si sia incendiato il bosco, con tutte quelle faville che volavano via.
Settimio annuisce, rendendosi conto del pericolo.
I quattro rimangono a osservare la catasta che ancora brucia in diversi punti.
ENRICO
Certo che come inizio non è il massimo.
Gli altri lo guardano e chissà come trovano la forza di ridere.
SETTIMIO
No, per niente… Ma domani ci rimettiamo in carreggiata.
Adelmo dà una pacca sulla spalla dell’amico.
ADELMO
Ecco, bravo… Domani. Adesso andiamo a…
Si interrompe avendo notato qualcosa che ha attirato la sua attenzione.
ADELMO
Oh, cazzo!
Gli altri si voltano nella direzione del suo sguardo e la MdP ci mostra Adelmo mentre corre verso la capanna: a fianco di essa, dove prima c’era il mulo, vediamo chiaramente il riparo vuoto.
Adelmo arriva sotto la tettoia e si china per raccogliere il capo strappato di una corda.
ADELMO
Cadorna è scappato!
Gli altri lo raggiungono.
MARTINO
Come ha fatto a scappare?
ADELMO
Ha morso la corda e l’ha strappata.
ENRICO
Mi sa che s’è preso paura del vento, del fuoco, del trambusto e di tutto il resto.
ADELMO
Bisogna trovarlo subito.
SETTIMIO
Non può essere andato lontano, non è mica un cavallo. Si sarà ficcato tra gli alberi qui intorno…
MARTINO
Domattina, magari, torna da solo.
ADELMO
Domattina un accidente. Quella bestia è tutto quello che ho, quindi io la vado a cercare.
SETTIMIO
Con questo buio?
ADELMO
Certo. Con questo buio, come hai detto tu, non può essersi allontanato troppo. Basterà fare un giro tra gli alberi intorno alla radura e chiamarlo.
ENRICO
Veniamo anche noi.
Enrico si volta verso Settimio e Martino, che annuiscono.
Adelmo li osserva riconoscente.
ADELMO
D’accordo. Dividiamoci.
Parte a passo svelto verso la macchia e gli altri lo imitano sparendo nel buio in direzioni diverse.
Stacco.
SCENA 12 (Esterno, notte)
Parte una musica: "Infernus", Alpha.
Seguiamo Enrico mentre si aggira tra gli alberi. In lontananza sentiamo la voce di Adelmo che chiama l’asino.
VFC (Adelmo)
Cadoornaaa!
Enrico si inoltra nel folto del bosco, cercando di aguzzare la vista nell’oscurità. Ora il silenzio lo circonda e udiamo solo il suo respiro e i suoi passi sul terreno.
Dopo un po’ si appoggia al tronco di un albero, voltandosi indietro come per memorizzare la strada percorsa. Poi decide anche lui di gridare il nome dell’animale.
ENRICO
Cadoornaaa!
Leggiamo dall’espressione del suo viso che si sente un po’ stupido a farlo.
Enrico riprende il cammino, la MdP che lo inquadra seguendolo a breve distanza.
Dopo qualche secondo sentiamo un rumore di acqua che scorre, rumore che aumenta d’intensità man mano che Enrico prosegue il cammino.
Osserviamo il reduce mentre accelera il passo, seguendo il terreno che si fa leggermente in discesa.
Enrico cerca quindi di rallentare, per non rischiare di scivolare. Si muove cauto fino a una stretta striscia d’erba, nel cui centro scorre un piccolo ruscello. Dall’altra parte il terreno risale ripido, materializzandosi in uno sperone di roccia chiara.
Enrico alza lo sguardo e sgrana gli occhi per lo stupore, bloccandosi sul posto.
La MdP ci mostra per pochi istanti un’ombra scura, con un luminoso occhio giallo rivolto nella nostra direzione. Poi la cosa si muove e scivola via nella notte, scomparendo dalla nostra vista.
Primo piano di Enrico, che cerca di riprendersi dalla visione. Si scuote e gira lo sguardo intorno in cerca di altri movimenti, poi fa dietro-front e risale il pendio tornando sui suoi passi, camminando svelto e scostando rami e rovi con decisione.
Con uno stacco lo vediamo uscire dagli alberi e rientrare nella radura, dove la carbonaia sta esalando gli ultimi respiri fiammeggianti.
La musica finisce.
Settimio arriva da un’altra direzione e lo raggiunge. Si scambiano uno sguardo e scuotono entrambi la testa, in risposta alla silenziosa domanda reciproca.
I due si incamminano verso il centro della radura, per poi fermarsi rivolti verso qualcosa che ha attirato la loro attenzione.
Dal bosco vediamo uscire Adelmo con Cadorna alla cavezza.
SETTIMIO
Che mi venga un colpo… L’ha trovato.
Adelmo li raggiunge con il sorriso sul volto.
ADELMO
L’avevo detto che non avrei aspettato domattina…
Enrico ridacchia e dà una pacca sulla spalla dell’amico, il quale riporta l’asino sotto la tettoia.
Enrico si guarda poi intorno.
ENRICO
Chissà Martino dove s’è cacciato.
Adelmo lega nuovamente Cadorna alla capanna e torna da loro.
ADELMO
Proviamo a chiamarlo. Quello è capace che si perde nel bosco.
Poi mette la mano a imbuto di fronte alla bocca.
ADELMO (gridando)
Martiinooo!
Enrico e Settimio fanno lo stesso.
Pochi secondi dopo vediamo Martino sbucare di corsa dalla macchia.
Ha gli occhi dilatati, l’espressione stravolta e gli tremano le labbra.
Si piega in due per prendere respiro, come se avesse corso per ore.
ENRICO
Ma che hai fatto? Da dove vieni?
Martino indica il punto da cui è arrivato.
MARTINO
Credevo di essermi smarrito.
SETTIMIO
Tanto per cambiare…
Martino lo guarda storto.
MARTINO
Che vuoi dire?
L’altro si stringe nelle spalle.
SETTIMIO
Anche quella volta, a Opacchiasella, quando eri andato a cercare l’acqua… Dopo non ritrovavi più la trincea e ormai ti facevi arrestare per diserzione perché gironzolavi nel bosco come un’anima in pena.
Gli occhi di Martino si fanno come due fessure.
MARTINO
Stai dicendo che scappavo? Lo so che l’avete pensato anche allora. Dai, dimmelo in faccia, voglio sentirlo con le mie orecchie.
Settimio è stupito dalla reazione dell’altro.
SETTIMIO
Ma scherzi? Che ti prende…?
Enrico interviene per calmare Martino.
ENRICO
Su, ragazzi… Non diciamo assurdità.
Si volta quindi verso Adelmo per cambiare discorso.
ENRICO
Dove s’era cacciato Cadorna?
ADELMO
S’era infilato in un macchione. Era terrorizzato. Non capisco come mai fosse così spaventato, non è la prima bufera che vede…
SETTIMIO
Secondo me è stato per via del fuoco.
MARTINO
Io invece credo che abbia sentito che c’era il lupo.
ADELMO
Cosa?
Martino annuisce, cercando di ritrovare la calma nella voce.
MARTINO
Lo so che adesso non mi crederete, perché pensate che non ho più le rotelle a posto, però c’era un lupo. O qualcosa di molto simile. Me lo sono trovato davanti tra gli alberi, che mi spiava con un occhio solo.
Adelmo alza un sopracciglio, dubbioso.
ADELMO
Un occhio solo?
MARTINO
Sì, aveva un occhio vico e l’altro cieco. Sono scappato via e lui mi ha seguito. Me lo sentivo dietro, mi giravo e lui era lì, grande, col pelo chiaro e quell’occhio che mi fissava. Per quello stavo per perdermi: cercavo solo di sfuggirgli, di lasciarlo indietro.
SETTIMIO
Be’, qualche lupo c’è, sui crinali, e col brutto tempo capita che si mettano in giro anche più giù. Ma non ho mai sentito dire che abbiano inseguito un uomo.
Adelmo scuote la testa.
ADELMO
Chissà che cos’era. Su, andiamo a…
Enrico lo interrompe.
ENRICO
Credo fosse un lupo davvero.
Tutti si voltano verso di lui.
ENRICO
L’ho visto anch’io. Me lo sono trovato davanti, fermo su un sassone dopo un ruscello.
SETTIMIO
Ma dai!
ENRICO
Te lo giuro. E poi anche quello aveva un occhio solo. Se era la stessa bestia è stata veloce: seguiva Martino e nello stesso momento spaventava anche me. Oppure qua i lupi sono tutti orbi…
Rimangono tutti in silenzio per qualche secondo. Martino annuisce, all’apparenza lieto di non essere stato preso per visionario.
Settimio si stringe nelle spalle.
SETTIMIO
Be’, credo che in fondo possa capitare. Probabilmente in alto, verso i passi e le cime, il vento si è portato dietro pure un po’ di pioggia, o anche di neve, e così questo lupo è sceso fin qua. Ora che mi ci fate pensare ricordo che mio padre una volta si trovò un lupo davanti alla capanna. Sparò in aria e quello scappò via: in genere non sono pericolosi per l’uomo, hanno più paura loro di noi che noi di loro.
MARTINO
Quello che mi veniva dietro non aveva paura per niente.
Adelmo gli posa una mano sulla spalla, anche a mo’ di scusa.
ADELMO
Dormiamoci su, coraggio. Se domani ci sarà il sole, i lupi se ne andranno lontani. E poi ci aspetta un mucchio di lavoro.
Martino annuisce e con lui anche gli altri.
SETTIMIO
Entriamo, dai.
Spariscono tutti all’interno della capanna. Solo Enrico, prima di entrare, si volta a guardare per qualche secondo il bosco, con aria inquieta. Poi varca la soglia e chiude la porta dietro di sé.
Dissolvenza in nero.
SCENA 13 (Esterno, giorno)
Le immagini si aprono su una bella giornata di sole, che illumina la radura.
Vediamo Settimio al lavoro sulla catasta, aiutato da Enrico.
Dopo pochi secondi anche Martino e Adelmo giungono sul posto.
ADELMO
Allora, come va?
SETTIMIO
Forse la si può riutilizzare.
ADELMO
Ottimo. Che si fa?
SETTIMIO
Adesso la scoperchiamo, smuoviamo un po’ la legna, liberiamo il camino e ci proviamo. Comunque bisogna lasciarla aperta tutto il giorno, così si asciuga bene. Poi, se finiamo in tempo, cominciamo pure a farne un’altra.
ENRICO
Bisogna anche riparare la capanna.
SETTIMIO
Ce la fai da solo, mentre noi lavoriamo alla catasta?
ENRICO
Credo di sì. Non mi pare abbia grossi danni.
ADELMO
Benissimo. Al lavoro, dunque.
Enrico si rimbocca le maniche e si dirige verso la capanna, lasciando gli altri tre a lavorare sulla carbonaia.
Stacco.
SCENA 14 (Esterno, giorno)
Inquadratura su Adelmo, sudato e affaticato, che pianta il badile a terra.
ADELMO
Basta. Facciamo una pausa.
Settimio si mette le mani sui fianchi e osserva la catasta.
SETTIMIO
D’accordo. Siamo a buon punto…
ADELMO
Mangiamo qualcosa?
Settimio annuisce e anche Martino sembra concordare.
Raggiungono la capanna, dove vediamo Enrico in piedi sul tetto, intento a inchiodare un’asse.
ENRICO
Allora, come va?
ADELMO
Siamo a buon punto. Scendi, che mangiamo qualcosa.
Enrico si asciuga il sudore dalla fronte e con cautela scende a terra.
ENRICO
A proposito, Settimio… Il contadino si è proprio dimenticato di noi.
SETTIMIO
E’ vero. Credo che dovremmo andare fino a casa sua. Non mi va che ci tratti così. S’è preso l’anticipo e non ci ha portato niente.
ADELMO
Sono d’accordo. Adesso mangiamo quel che abbiamo, poi andiamo a trovarlo per rinfrescargli la memoria.
SETTIMIO
Magari ha avuto qualche contrattempo, ma le provviste ci servono. Il pane che abbiamo è ormai secco e il formaggio non dura in eterno, con quattro bocche che mangiano.
ADELMO
Tu vai. Continuiamo noi, qui.
Settimio annuisce.
Stacco.
SCENA 15 (Esterno, giorno)
Inquadratura dall’alto della capanna.
Con uno stacco torniamo sul terreno e vediamo Settimio uscire dalla porta e dirigersi verso il riparo di Cadorna.
Mentre slega la corda del mulo viene raggiunto da Enrico.
ENRICO
Vuoi che ti accompagni?
Settimio ci pensa su un istante, poi fa un cenno affermativo.
SETTIMIO
Forse è meglio, così portiamo su le provviste più facilmente.
Settimio prende Cadorna per la cavezza e insieme a Enrico tornano sul davanti della capanna, dove troviamo Adelmo e Martino che fumano un sigaro seduti su un tronco.
ENRICO
Andiamo tutti e due, così facciamo prima a portar su la roba.
ADELMO (con un sorrisetto ironico)
Se non ci tenessi tanto ad avere nuove provviste ti direi che le trovi tutte, pur di non lavorare…
Anche Enrico sorride.
ENRICO
Sai come siamo fatti, noi di città…
I due si guardano con fraterna complicità.
MARTINO
Noi cosa facciamo, intanto?
SETTIMIO
Potreste cominciare a preparare un’altra piazza, per una nuova carbonaia. Avete visto come si fa, no?
ADELMO
Certo. Fidati di noi.
SETTIMIO
E come potrei non fidarmi?
Poi si volta verso Enrico.
SETTIMIO
Coraggio, andiamo.
I due si allontanano, con Cadorna alla cavezza.
Dissolvenza incrociata.
SCENA 16 (Esterno, giorno)
Inquadratura di un sentiero che fende il bosco.
Enrico, Settimio e Cadorna entrano nell’inquadratura, a passo svelto.
ENRICO
Quanto dista?
SETTIMIO
Un’oretta. C’è da scendere e poi da girare un po’ intorno al monte, finchè si esce dalla macchia.
Enrico annuisce, senza dire altro.
La luce del sole filtra tra i rami, i quali si muovono appena sotto la spinta di un alito di vento.
SETTIMIO
Ma davvero hai visto un lupo?
ENRICO
Credo di sì. Ma poteva anche essere un cane, per quel che ne so. L’ho potuto guardare solo per pochi secondi… Ma poi, a pensarci, anche se mi fosse rimasto davanti un’ora non è che saprei dirti di più. Io un lupo non l’ho mica mai visto.
SETTIMIO
Neanch’io l’ho visto mai.
ENRICO
Davvero?
SETTIMIO
Già. Sono nato quassù e ci vivo da sempre, ma non mi è mai capitato di incontrarne uno. E invece arrivate voi e subito ve lo trovate davanti.
ENRICO
Be’, si vede che siamo fortunati.
I due sorridono e proseguono la loro marcia.
Stacco.
SCENA 17 (Esterno, giorno)
Torniamo nella radura, dove Martino e Adelmo stanno lavorando per sistemare la catasta di legna bruciata.
Dopo qualche secondo i due sembrano decidere contemporaneamente di prendersi una pausa. Sembrano piuttosto stanchi e affannati.
Adelmo si asciuga il sudore dalla fronte.
ADELMO
Accidenti… Le ore di sonno mancate si stanno facendo sentire.
Martino annuisce.
MARTINO
E’ vero. Mi sento spossato.
I due si guardano intorno, incerti sul da farsi.
MARTINO
Senti, prendiamoci una mezzoretta di riposo. Io vado a riempire le borracce con l’acqua del ruscello che ha visto Enrico.
Raggiunge la capanna e pochi istanti dopo ne esce con le borracce in mano.
ADELMO
Ottima idea. La nostra scarseggia. Se quei due non tornano con le provviste ci vado a parlare io col contadino…
Martino sfoggia un raro sorriso.
MARTINO
Spero per lui che Enrico e Settimio tornino con un bel po’ di roba, allora.
Anche Adelmo sorride, per poi andare a sedersi su un masso e accendersi un sigaro.
Martino si incammina, infilandosi le borracce a tracolla.
MARTINO
Sarò qui tra pochissimo.
ADELMO
Io non mi muovo da qui.
Inquadratura di Martino, che si inoltra nel bosco.
Parte una musica: "The forgotten burden", Ancestral.
Dopo uno stacco lo ritroviamo nel folto degli alberi. Sta camminando a passo spedito, azzardando addirittura una fischiatina.
Presto sentiamo il rumore dell’acqua che scorre e Martino accelera l’andatura.
Il terreno inizia a calare verso il ruscello e si fa molle di muschio, le pietre intorno sono viscide d’umido, corrose e chiazzate, le felci crescono più fitte e rigogliose.
Martino raggiunge il corso d’acqua e si china per riempire la prima borraccia. Terminata l’operazione alza la testa e rimane in ascolto, perplesso.
Ci accorgiamo subito che non si ode alcun rumore. Nessun uccello che canta, nessun insetto che ronza, nessuna fronda che stormisce nell’aria.
L’impressione è che anche la luce si sia fatta più buia e fredda.
Martino gira lo sguardo intorno, preoccupato.
Nulla si muove.
Si china allora per riempire la seconda borraccia, ma rimane vigile e inquieto.
Poi iniziamo a udire qualcosa. Sembrano dei gemiti, o dei lamenti.
Primo piano di Martino, spaventato.
La borraccia gli cade dalle mani, finendo sul fondo del ruscello.
Il reduce la afferra prendendola per la tracolla e poi scatta in piedi, iniziando a correre nella direzione da cui è arrivato.
Le borracce lo appesantiscono e gli limitano i movimenti, così come i rami e il sottobosco che lo sferzano su viso e corpo.
La luce si è fatta ancora più oscura, mentre i gemiti e i lamenti non fanno che aumentare.
Martino si volta indietro. Nessuno lo insegue, ma poi qualcosa di più spaventoso si innalza intorno a lui: gli alberi, i grandi tronchi massicci e scuri, hanno delle facce. Facce nere di corteccia in cui sembrano spalancarsi bocche e occhi vuoti e profondi. Facce disperate e deformi, urlanti, piene di dolore e terrore.
Martino continua a correre, ma un primo piano del suo viso ci mostra un’espressione sconvolta dalla visione di quelle facce a dal suono dei lamenti.
Dopo alcuni interminabili secondi, Martino sbuca nella radura e i gemiti cessano all’improvviso. Si volta verso il bosco, che ora non appare più minaccioso. La luce è tornata quella calda del giorno e gli uccelli hanno ripreso a cinguettare.
La musica sfuma.
Martino respira affannosamente, ma cerca di riprendere il controllo. Sullo sfondo notiamo Adelmo, seduto placidamente sul masso a fumare. Non sembra essersi accorto dell’arrivo del compagno e così Martino chiude gli occhi imponendosi di calmarsi.
Inquadratura del folto degli alberi, dove le facce sono sparite lasciando il posto al verde rigoglioso del bosco.
Stacco.
SCENA 18 (Esterno, giorno)
Settimio ed Enrico sono fermi di fronte a una bassa casa dal tetto nero.
Settimio mette le mani a coppa davanti alla bocca e chiama ad alta voce girandosi a destra e sinistra.
SETTIMIO
Eehhiiiiii! C’è nessunooo?
Enrico intanto bussa forte alla porta della casa.
ENRICO
Mi sa che non c’è.
SETTIMIO
Forse è giù nei campi, o magari è salito con le provviste verso la nostra radura per un altro sentiero, così abbiamo fatto tutta questa strada per niente.
Dall’espressione di Enrico capiamo che l’ipotesi non lo rende affatto felice.
Prova a girare la maniglia della porta e con sorpresa di entrambi questa si apre.
ENRICO
E’ aperto…
Settimio si stringe nelle spalle.
SETTIMIO
Be’, allora entriamo.
Varcano la soglia affacciandosi su una stanza grande, col camino nella parete opposta, un tavolo in mezzo, sedie impagliate. Il tavolo è apparecchiato, con una bottiglia di vino aperta, un bicchiere pieno e un piatto colmo di qualcosa, forse zuppa, coperto di uno strato di muffa verde-biancastra su cui vortica un nugolo di mosche.
I due si guardano in faccia.
ENRICO
Cos’è questa storia?
SETTIMIO
Non sarà morto nel letto?
Enrico prende coraggio e si dirige verso l’unica porta della stanza, che conduce a un corto corridoio su cui si affacciano altre due camere.
Una è il bagno, vuoto, l’altra è la camera da letto, anch’essa deserta. Il letto è disfatto, su una sedia sono gettati alla rinfusa un paio di pantaloni, calzini, e una camicia.
Settimio si china a guardare sotto al letto, ma non c’è nessuno.
ENRICO
Questo è ben strano…
Settimio annuisce, concordando.
Tornano nella stanza col camino. Settimio prende in mano la bottiglia di vino e l’annusa, poi la posa di nuovo sul tavolo.
Enrico si gratta la testa, pensieroso.
ENRICO
Se n’è andato con la minestra nel piatto e ha lasciato pure la porta aperta. Ti pare normale?
SETTIMIO
No, direi di no.
ENRICO
E’ come se qualcuno l’avesse cacciato con la forza, o se fosse scappato da qualcosa in gran fretta.
SETTIMIO
Anche la stalla è vuota, hai visto là fuori? Vuoi che non abbia animali?
ENRICO
Se è andato via, le bestie le avrà portate con sé.
SETTIMIO
Andato via? In questo modo? E dove?
Enrico allarga le braccia.
ENRICO
Non so che pensare, davvero. Facciamo un giro nei campi.
I due escono e imboccano il largo sentiero di terra battuta che dalla costruzione porta dentro una piccola vigna. Attraversano un orto e arrivano nei campi di patate e avena.
Li vediamo aggirarsi perplessi, notando come tutto sia coltivato, ma deserto.
ENRICO
Niente da fare. Se n’è andato davvero.
SETTIMIO
Che facciamo?
ENRICO
Vediamo se troviamo qualcosa da mangiare e ce lo portiamo su alla capanna?
SETTIMIO
Controlliamo il magazzino.
Con uno stacco li ritroviamo in un grosso stanzone vuoto.
SETTIMIO
Niente. Non c’è farina, non ci sono fagioli, non c’è niente di niente…
ENRICO
Incredibile.
SETTIMIO
La sai una cosa? Credo che anche se ci fosse qualcosa, non lo prenderei.
ENRICO
E perché?
SETTIMIO
Perché non è roba nostra. E poi perché questa storia non mi piace. E’ come se qui fosse passato qualcosa di brutto, qualcosa di strano e di scuro. Se ci fosse in tavola un prosciutto lo lascerei lì senza neppure assaggiarlo.
Enrico fissa l’amico negli occhi, poi annuisce.
ENRICO
Non hai tutti i torti.
Inquadratura dell’area dall’alto, con la casa e i campi illuminati dalla fredda luce invernale.
Stacco.
FINE PRIMO TEMPO